Nel Giappone della Abenomics le aziende non investono sulle donne

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Una iniziativa di politica attiva a favore delle donne, indetta lo scorso anno dal governo giapponese di Shinzo Abe, è andata completamente fallita: su 900.000 euro di contributi disponibili, neppure una azienda ne ha fatto richiesta.

Eppure lo slogan lanciato dal primo ministro giapponese Shinzo Abe alla conferenza delle donne imprenditrici del luglio 2013 era accattivante ed aveva conquistato i titoli dei giornali: creiamo una società nella quale “tutte le donne possono brillare”, aveva detto Abe nel nome della womenomics. Un piano con un obiettivo preciso e, lo si poteva intuire, decisamente ambizioso: assicurarsi che il 30% delle posizioni manageriali in Giappone fosse occupato da donne entro il 2020 ed accrescere la partecipazione femminile al mercato del lavoro, assicurandosi così la crescita fino al 15% del prodotto interno lordo, secondo una stima di Goldman Sachs.

A Settembre era in effetti partito un piano di piccole e grandi riforme, a partire da un intervento sul sistema di tassazione destinato alle coppie sposate (un sistema introdotto negli anni ’60 che garantiva ampie riduzioni fiscali alle famiglie monoreddito incoraggiando così le donne a restare a casa) e passando per una serie di iniziative di welfare aziendale, come la creazione di asili nido e sussidi per le donne con lavori precari che vogliono rientrare nel mercato del lavoro dopo una gravidanza. Tra le iniziative, quella più simbolica ma allo stesso tempo significativa prometteva alle aziende una sovvenzione di 300,000 yen (poco più di 2200 euro) per ogni donna coinvolta in piani di formazione mirati a posizioni senior all’interno della azienda e che ne consentissero il raggiungimento automatico di un significativo progresso di carriera nell’organigramma aziendale. Si trattava di una piccola agevolazione per aiutare le donne a sfondare il famigerato “soffitto di vetro”. L’espressione, inventata negli anni 80 alla Hewlett Packard, indica quella invisibile barriera che impedisce alle donne di raggiungere le posizioni di vertice, quelle più “in alto”, nel proprio contesto lavorativo a causa di processi di discriminazione e sessismo, ma anche per auto-esclusione e scarse competenze professionali.

L’iniziativa però non ha funzionato, nonostante la pressione mediatica e politica delle iniziative della “Abenomics” sulle aziende giapponesi. Nessuna azienda ha scelto di partecipare, nessuna ha fatto richiesta delle sovvenzioni e nessuna donna è stata “formata” per conquistarsi un ruolo più dirigenziale in azienda: qualcuno lamenta che 2200 euro di sovvenzione per ogni donna coinvolta in percorsi formativi fossero pochi, altri sono pronti a giurare che sono state le donne lavoratrici a non essere interessate. Il risultato è che il budget messo a disposizione dal governo di circa 900.000 euro non è stato utilizzato da nessuno, le altre iniziative messe in piedi dal governo Abe arrancano e che il traguardo del 30% entro il 2020 si dimostra sempre di più un sogno irrealizzabile.

La realtà è che non è facile sradicare convinzioni e tradizioni in terra giapponese, dove sono proprio le donne a tenere in piedi il welfare di tutto il Paese – dall'assistenza ai genitori anziani alla custodia dei figli - e nessuno vede realmente di buon occhio un loro maggiore ingresso nel mercato del lavoro.

Fonte: JapanTimes / AFP

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